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La premier racconta al New York Times il rapporto complicato con Trump, rivendica l’autonomia italiana e affronta identità, femminismo, orgoglio nazionale e politica.
Il rapporto con Donald Trump doveva essere più semplice, almeno nelle aspettative iniziali. A riconoscerlo è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che in una lunga intervista al New York Times ha affrontato alcuni dei temi centrali della sua esperienza politica, soffermandosi anche sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti.
La premier non ha nascosto come le affinità politiche con il presidente americano avessero alimentato aspettative differenti. Immigrazione e contrasto alla cosiddetta cultura woke rappresentavano infatti due terreni di evidente convergenza. «È chiaro che con Donald Trump ho creduto che le cose sarebbero state più facili», ha spiegato Meloni, riconoscendo subito dopo che gli sviluppi sono stati differenti.
Il rapporto tra i due leader si è progressivamente complicato negli ultimi mesi. Un passaggio importante è arrivato durante la crisi legata all’Iran, quando Trump aveva criticato pubblicamente l’Italia per non aver sostenuto la posizione americana. A luglio, durante il vertice Nato di Ankara, il presidente statunitense aveva affermato che la scelta italiana aveva deteriorato i rapporti personali con Meloni, pur continuando a definirla una persona che apprezzava.
Nell'intervista emerge ora un altro particolare: Meloni e Trump non si parlerebbero da diverse settimane. Alla domanda sulla possibilità di un nuovo contatto dopo la pausa estiva, la presidente del Consiglio non si è sbilanciata: «Beh, vedremo». Una risposta accompagnata, però, dalla conferma della linea politica italiana. «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante. Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali».
Una posizione che Meloni aveva già espresso pubblicamente a luglio, quando aveva assicurato di non essersi pentita dell’investimento politico compiuto sul rapporto transatlantico. In quell’occasione aveva ribadito che l’obiettivo rimane tutelare l’interesse nazionale, indipendentemente dalle relazioni personali tra i leader.
L’intervista al quotidiano statunitense si sposta poi sulla visione che la premier ha dell’Italia. Meloni respinge l’immagine di un Paese destinato a occupare una posizione subordinata nello scenario internazionale e indica come obiettivo una vera e propria «rivoluzione dell’orgoglio». «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore agli altri», ha spiegato.
Nel racconto personale emerge anche uno dei tratti che, secondo la presidente del Consiglio, avrebbe caratterizzato la sua carriera politica: la reazione davanti agli ostacoli. «Non mi piace che gli altri mi dicano quali sono i miei limiti», ha dichiarato, aggiungendo che proprio un «no» rappresenta una delle spinte che maggiormente la motivano.
Spazio anche al rapporto tra donne, politica e femminismo. Meloni è tornata sulla decisione di preferire la definizione di «il presidente del Consiglio», sostenendo che una parte del movimento femminista avrebbe concentrato l’attenzione sulle battaglie sbagliate, comprese quelle relative alle quote di genere. Per la premier, la vera parità consiste nella possibilità concreta per una donna di raggiungere Palazzo Chigi, più che nella declinazione femminile della carica.
Infine il New York Times ha riportato l’attenzione sul celebre «Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana», chiedendo alla premier perché quelle parole abbiano ottenuto una risonanza tanto ampia. Secondo Meloni, lo slogan avrebbe intercettato una sensazione avvertita da milioni di persone: quella di vedere minacciata la propria identità più profonda.
Un concetto che continua a occupare una posizione centrale nella narrazione politica della presidente del Consiglio e che, nell’intervista americana, si intreccia con un altro principio rivendicato con forza: costruire la strategia dell’Italia senza farla dipendere dalle simpatie o dalle difficoltà nei rapporti personali con gli altri leader internazionali.