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Dopo l’abbattimento di un elicottero americano, Washington colpisce obiettivi iraniani. Teheran replica sulle basi Usa, mentre Qatar, Cina e Russia chiedono diplomazia.
Sale ancora la tensione tra Stati Uniti e Iran dopo una nuova notte di attacchi nell’area dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più delicati per gli equilibri energetici e militari globali. Washington ha confermato una serie di raid contro obiettivi iraniani dopo l’abbattimento di un elicottero americano Apache, attribuito alle forze di Teheran. La risposta iraniana non si è fatta attendere, con attacchi rivendicati contro basi statunitensi in diversi Paesi del Medio Oriente.
Secondo il Comando centrale americano, le operazioni condotte dagli Stati Uniti avrebbero colpito sistemi di difesa aerea, stazioni radar, centri di controllo e postazioni militari lungo la costa meridionale iraniana. Fonti citate dai media internazionali parlano di raid su aree vicine a Bandar Abbas, Qeshm, Jask e Sirik, con l’impiego di munizioni di precisione lanciate da caccia dell’aeronautica e della marina statunitense.
La Casa Bianca ha presentato l’azione come una risposta proporzionata all’abbattimento dell’elicottero Usa nei pressi di Hormuz. I due membri dell’equipaggio sarebbero stati recuperati, mentre l’episodio ha fatto saltare un equilibrio già fragile tra Washington e Teheran. Nelle ore successive, fonti americane hanno parlato di più ondate di attacchi, mentre funzionari iraniani hanno denunciato una nuova aggressione contro la sovranità della Repubblica islamica.
Il presidente Donald Trump ha usato toni durissimi, accusando l’Iran di aver impiegato troppo tempo per raggiungere un accordo con gli Stati Uniti. In un messaggio pubblicato su Truth, Trump ha sostenuto che Teheran dovrà ora “pagare il prezzo” del mancato compromesso e ha definito l’esercito iraniano gravemente indebolito. Il presidente americano ha anche lasciato intendere di essere vicino ad autorizzare nuovi attacchi, ribadendo l’efficacia del blocco navale imposto all’Iran.
Teheran, dal canto suo, ha rilanciato le accuse agli Stati Uniti e a Israele, chiamando in causa anche i Paesi della regione. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di responsabilità legale e morale per gli Stati che consentirebbero l’utilizzo del proprio territorio, delle proprie basi o delle infrastrutture logistiche a sostegno delle operazioni militari contro l’Iran.
Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno inoltre rivendicato attacchi contro obiettivi statunitensi in Giordania, sostenendo di aver colpito strutture militari nell’area di Azraq, compresi hangar per caccia F-35 e un centro di comando. Si tratta di affermazioni diffuse dai media iraniani e non confermate in modo indipendente dalle autorità americane o giordane.
Nel pieno dell’escalation, si muove anche la diplomazia. Secondo la Cnn, negoziatori del Qatar si sarebbero recati a Teheran dopo consultazioni con Washington, con l’obiettivo di ridurre le distanze residue e provare a salvare un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Il tentativo di mediazione arriva mentre il rischio di un allargamento del conflitto appare sempre più concreto.
Anche Cina e Russia hanno chiesto alle parti di fermare l’escalation. Pechino ha espresso “profonda preoccupazione” e ha invitato tutti gli attori coinvolti alla calma e alla moderazione. Mosca, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha auspicato un rapido ritorno al percorso politico e diplomatico.
Nel quadro regionale resta alta anche la tensione tra Israele e Turchia. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha attaccato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, respingendo le critiche rivolte a Israele e rivendicando la determinazione dell’esercito israeliano contro l’Iran e i suoi alleati.
La situazione rimane estremamente fluida. Le operazioni militari, le rivendicazioni incrociate e i tentativi di mediazione procedono in parallelo, mentre lo Stretto di Hormuz torna al centro delle preoccupazioni internazionali. Ogni ulteriore attacco potrebbe avere conseguenze non solo militari, ma anche economiche, con possibili ripercussioni sui mercati energetici e sulla stabilità dell’intero Medio Oriente.