sezioni
Attacchi incrociati, tensioni nucleari e nuove alleanze diplomatiche alimentano un conflitto in espansione, mentre cresce il rischio di escalation regionale e internazionale
Un nuovo capitolo di violenza scuote il Medio Oriente, dove un attacco missilistico attribuito all’Iran ha colpito una base aerea in Arabia Saudita, provocando il ferimento di 12 militari statunitensi, di cui due in condizioni gravi ma non in pericolo di vita. Il bersaglio è stato la base di Prince Sultan, struttura strategica per le operazioni americane nell’area, dove sarebbero stati danneggiati anche alcuni velivoli militari.
Secondo fonti del Pentagono, gli Stati Uniti stanno valutando il possibile invio di ulteriori 10.000 soldati nella regione, portando il contingente complessivo a circa 17.000 unità. Una presenza che, pur non configurando un’invasione su larga scala, consentirebbe operazioni mirate come il controllo di infrastrutture sensibili e la sicurezza dei materiali nucleari iraniani.
Nel frattempo, la tensione si estende anche su altri fronti. Nelle ultime ore, raid aerei hanno colpito l’area dell’Università iraniana di scienza e tecnologia a Teheran, causando danni alle strutture. Le autorità locali denunciano inoltre almeno 26 vittime civili in un attacco nella città di Isfahan, tra cui donne e bambini, alimentando ulteriormente il bilancio già pesante del conflitto.
Sul piano diplomatico, cresce l’attesa per il vertice previsto a Islamabad, dove delegazioni di Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia si incontreranno per discutere degli sviluppi della crisi. Un segnale della crescente preoccupazione internazionale per l’evoluzione della guerra.
A complicare il quadro è l’ingresso diretto degli Houthi nello scenario bellico. I ribelli yemeniti, sostenuti da Teheran, hanno rivendicato il lancio di missili contro obiettivi in Israele, segnando il primo attacco dopo settimane di minacce. L’esercito israeliano ha confermato di aver rilevato il lancio e di aver attivato i sistemi di difesa aerea per intercettare la minaccia.
Ulteriore elemento di rischio riguarda la sicurezza nucleare. L’AIEA ha segnalato un nuovo attacco nell’area della centrale di Bushehr, il terzo in dieci giorni. Secondo Teheran, non si registrano danni al reattore né fughe radioattive, ma il direttore generale Rafael Grossi ha invitato tutte le parti alla massima cautela, sottolineando il pericolo di un incidente con conseguenze gravi.
Intanto, anche gli Emirati Arabi Uniti risultano coinvolti, con il proprio sistema di difesa impegnato a intercettare missili da crociera e droni lanciati dall’Iran. Sullo sfondo, proseguono le operazioni israeliane contro obiettivi definiti “del regime” iraniano nella capitale.
Sul piano politico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che il conflitto potrebbe concludersi in 2-4 settimane, escludendo al momento l’impiego di truppe di terra. Aperture anche sul fronte diplomatico, con l’inviato speciale Steve Witkoff che ha parlato di possibili colloqui imminenti con Teheran.
Infine, non è mancata una nota controversa da parte di Donald Trump, che durante un evento ha ipotizzato di rinominare lo Stretto di Hormuz, suscitando reazioni tra il pubblico.
Nel complesso, il quadro resta fluido e caratterizzato da un’elevata instabilità, con il rischio concreto che il conflitto possa estendersi ulteriormente coinvolgendo nuovi attori regionali e internazionali.