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Al Premio Carlo Magno, l’ex premier chiede difesa comune, politica industriale e federalismo pragmatico per superare dipendenze strategiche e fragilità dell’Unione europea nell’attuale scenario globale.
Mario Draghi torna a richiamare l’Europa alla necessità di un cambio di passo. Dal palco del Premio Carlo Magno 2026, ad Aquisgrana, l’ex presidente del Consiglio e già presidente della Banca centrale europea ha pronunciato un discorso netto sul futuro dell’Unione, tra sicurezza, industria, rapporti con gli Stati Uniti e capacità decisionale.
Il messaggio centrale è chiaro: l’Europa non può più limitarsi ad attendere protezione esterna o rispondere alle crisi con strumenti pensati per un’altra epoca. Secondo Draghi, il continente si trova in una fase inedita, nella quale le alleanze tradizionali restano importanti, ma non possono più essere considerate immutabili. Gli Stati Uniti rimangono un partner fondamentale, ma il loro atteggiamento è diventato più conflittuale e imprevedibile. Per questo, ha spiegato, il metodo del solo compromesso “per lo più non ha funzionato” e l’Europa deve dotarsi della capacità di rispondere in modo più assertivo.
Il punto non è indebolire la Nato o il rapporto transatlantico, ma riequilibrarlo. Per Draghi, un’Europa più forte nella difesa sarebbe anche un alleato più credibile. Da qui il richiamo alla necessità di rendere operativa la clausola di difesa reciproca dell’articolo 42.7 dei trattati Ue, oggi ancora priva di strutture, piani e capacità pienamente concrete.
L’ex premier ha insistito anche sul tema della difesa europea come leva industriale. Investire di più nella sicurezza significa, nella sua visione, ricostruire una base tecnologica e produttiva autonoma. Draghi ha ricordato che la ricerca e sviluppo europea nel settore militare resta molto distante da quella americana e che ogni anno i governi europei acquistano decine di miliardi di euro in armamenti dagli Usa, mentre la frammentazione della domanda comporta ulteriori sprechi.
Accanto alla sicurezza, Draghi ha rilanciato il concetto di federalismo pragmatico: non necessariamente tutti i 27 Paesi devono procedere sempre insieme, soprattutto quando l’unanimità rischia di produrre decisioni deboli o tardive. I Paesi pronti ad agire, ha sostenuto, devono poter cooperare su obiettivi concreti, con strumenti visibili e verificabili dai cittadini.
Nel discorso spazio anche alla politica industriale, al Made in Europe, ai semiconduttori, alle tecnologie pulite e alla difesa. Per Draghi, mercato unico e intervento pubblico non sono alternative, ma strumenti complementari. Un mercato europeo incompiuto, capitali frammentati ed energia poco integrata riducono la forza internazionale dell’Unione.
La cerimonia ha visto anche l’intervento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha chiesto all’Unione europea di attuare il rapporto Draghi sulla competitività. Nella motivazione del premio, il Comitato Carlo Magno ha definito Draghi una figura decisiva per l’Europa, dal salvataggio dell’euro alla costruzione di un’agenda per il futuro del continente.
Per l’ex premier, la crisi attuale può diventare un’occasione di trasformazione. Ma solo se l’Europa saprà assumersi responsabilità politiche, economiche e militari proporzionate alla fase storica che sta attraversando.